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Dell’inutilità dell’Eurobond

Come accennato nella mia dichiarazione di candidatura alle primarie per le Europee, io ritengo che l’Eurobond sia un’idea poco utile e inefficace.
Da qualche parte sono arrivate accuse di eresia, ma contemporaneamente sono arrivati gli incoraggiamenti di quella parte del M5S che vede questa comunità come un’occasione di crescita, dove ognuno mette a disposizione le proprie idee, il proprio sapere e le proprie esperienze.
Facendo una sintesi di tanta energia e tanto potenziale, si può veramente arrivare alla democrazia diretta compiuta.
Se invece si deve solo dare soddisfazione alla massa, rinnegando intelligenza, integrità e buon senso, si aprono le autostrade per il talebanesimo.

Tornando all’Eurobond, propongo la mia visione e se qualcuno ha degli argomenti che smontano la mia tesi, può controbattere liberamente, portare le proprie argomentazioni (non vengono accettati slogan e teorie perecottare lette su feisbuk) e poi, in un processo democratico, si fa la sintesi e si realizza la famosa democrazia dove ognuno vale uno.

Nella visione più semplicistica della propaganda dell’Eurobond (quella che suscita l’applauso facile) si usa un ragionamento elementare: l’Italia paga il 6% di interessi, la Germania paga 2, mettiamo il debito in comune e facciamo 4 per tutti e due.

Allargando il ragionamento (visto che i membri di Eurolandia sono 18), è come se andassimo a mangiare una pizza tutti assieme e poi facciamo alla romana.

Chi prende una margherita, chi una capricciosa, chi beve una birra, chi una coca…
Alla fine si fa conto unico e se il gestore della pizzeria è uno de noantri, ci fa lo sconto comitiva e alla fine tutti abbiamo passato una bella serata.

Stesso scenario, ma adesso non siamo più gli amici della comitiva, ma i singoli Stati.

La Finlandia prende una focaccia con le olive e un’acqua frizzante. La Grecia una coda di rospo con salsa al pepe verde, accompagnato da un ottimo Chardonnay. La Germania prende una fettina panata e una birra. L’Italia una grigliata mista di pesce e un Cervaro della Sala.
Capirete che fare alla romana diventa un po’ complicato e viene difficile imporre ai commensali più parsimoniosi di contribuire alla tua cena lussuosa.

Ora, ammesso e non concesso che a livello europeo si riesca a convincere i Paesi più parsimoniosi a condividere il debito con quelli „meno parsimoniosi“, sorge un secondo problema.

Avete presente i BTP (quelli sui quali si misura lo spread)?
BTP è l’acronimo di Buono del Tesoro Poliennale.
Chi emette il BTP?
Come dice lo stesso nome, il Ministero del Tesoro.

In questo momento, ogni ministro del Tesoro ha la responsabilità della gestione delle emissioni dei titoli del debito pubblico.

Questa attività deve essere coordinata a livello europeo (vedasi Articolo 11 del Fiscal Compact).
Nel momento in cui si passerebbe all’Eurobond, non può essere più il ministro del Tesoro italiano ad emettere i titoli del debito, ma visto che il debito è di tutti e facciamo cassa comune, ci deve essere un ministro del Tesoro europeo.
Tornando all’esempio della pizzeria, c’è una sola persona che ordina per tutti.
Quindi già puoi cominciare a scordarti la grigliata di pesce e al posto del Cervaro, si beve Tavernello.

Successivamente arriva il conto: questi debiti devono essere pagati!

Chi paga il debito dello Stato, rimborsando capitale e interessi sui titoli di cui sopra?
Il ministero delle Finanze.
Il ministro delle Finanze non mette i soldi di tasca propria, ma passa con una fiscella di canna o vimini da casa nostra e raccoglie le tasse.

Così come nel caso della pizzeria, se facciamo conto unico e una sola persona deve pagare per tutti (raccogliendo i soldi da tutti i commensali), nel caso dell’Eurobond ci dovrebbe essere un ministro delle Finanze europeo, per cui le tasse non andrebbero al ministro italiano (o greco o tedesco o finlandese), ma andrebbero ad un ministero delle Finanze… europeo.

Come vedete, la cosa si è fatta un po’ più complessa di quello che immaginavamo!

Ma siccome il debito pubblico non viene gestito in pizzeria, il prezzo che paghiamo per gli interessi non sarebbe la media ponderata di tutti i tassi di interesse dei singoli Paesi dell’Eurozona, ma il prezzo che determina il mercato.

Ad averci pensato prima…

Ora mi chiederete se esistono delle soluzioni alternative.
Certo che esistono, ma non è possibile racchiuderle in uno slogan di 2 parole (vogliamo Eurobond!).

In sintesi: attualmente abbiamo tre attori: la BCE che emette moneta, le banche private e gli Stati.
La BCE presta denaro alle banche private, al tasso dello 0,25%.
Gli Stati emettono i titoli del debito e li vendono sul mercato.
In questo mercato abbiamo dalla casalinga di Caltanisetta che risparmia per la pensione, alle banche di cui sopra che marginano sull’interesse.
In breve: prendo denaro in prestito allo 0,25%, lo presto agli Stati (per esempio oggi, in tempi di pace sui mercati, all’Italia al 3,3%, alla Germania all’1,5%, al Portogallo al 4%. In tempi di crisi, i BTP italiani hanno raggiunto un rendimento del 7,47%)
Come potete capire, per le banche questo è un calcio di rigore a porta vuota.

Ma qui la casalinga di Caltanisetta potrebbe dire: perchè gli Stati non prendono i soldi in prestito direttamente dalla BCE allo 0,25%, piuttosto che finanziarsi sul mercato?
In realtà anche Beppe Grillo si è posto questa domanda nei suoi spettacoli in tempi non sospetti…

La risposta è semplice ed è nascosta tra le righe del trattato di Lisbona.
Il famoso articolo 123 recita:
Overdraft facilities or any other type of credit facility with the European Central Bank or with the central banks of the Member States (hereinafter referred to as national central banks ) in favour of Union institutions, bodies, offices or agencies, central governments, regional, local or other public authorities, other bodies governed by public law, or public undertakings of Member States shall be prohibited, as shall the purchase directly from them by the European Central Bank or national central banks of debt instruments.

In italiano casareccio: la BCE non può finanziare direttamente il debito pubblico degli Stati.
Perchè riporto l’articolo in inglese e non nella traduzione italiana?
Nelle leggi, l’inghippo si nasconde sempre nelle sfumature, nell’uso di un avverbio o di un verbo piuttosto che di un altro.
Tra un condizionale ed un imperativo può esserci la differenza tra vita o morte.

Ai miei tempi, al liceo (terzo anno?) c’era la lezione dedicata ai verbi modali (can, may. will, shall e must)
In breve: shall è una forma più „dolce“, quasi un invito.
Dovresti, vorresti: shall we eat something? Shall we dance?
Must è invece un imperativo: you must eat!

Tanto è vera questa analisi che Draghi, nel Settembre del 2012, ha dichiarato in pompa magna che la BCE era disposta a comprare direttamente i titoli di Stato se la situazione si fosse aggravata ulteriormente.
Quindi: si può fare!

Inoltre, leggendo (e capendo) il MES, la nostra tesi trova ulteriore conforto nell’art. 17, dove si stabilisce che il MES può acquistare direttamente i titoli di Stato dei Paesi in difficoltà.
Quindi il dogma dell’impossibilità di finanziare gli Stati sul mercato primario viene smontato.

Soluzione del problema: modificare la formulazione dell’art. 123 del Trattato di Lisbona e rendere esplicitamente possibile il finanziamento del debito dagli Stati tramite la BCE.

Visto che la BCE è l’ente che emette denaro, non esiste un tasso di interesse più basso. Garantito!
Naturalmente questa modifica andrebbe a collidere con gli interessi delle banche, che in questo sistema hanno una fonte di sicuro e comodo guadagno.

Ma questa è un’altra storia.

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Più fibra (ottica) per tutti!

Nel programma elettorale del M5S è già prevista la copertura completa dell’ADSL a livello di territorio nazionale, la statalizzazione della dorsale telefonica, con il suo riacquisto a prezzo di costo da Telecom Italia, e l’impegno da parte dello Stato di fornire gli stessi servizi a prezzi competitivi ad ogni operatore telefonico

Io ritengo che lo Stato debba considerare l’accesso alla banda larga un investimento strategico al pari delle grandi infrastrutture e fare un salto di qualità, passando dall’attuale sistema (misto fibra ottica – doppino di rame) ad un sistema di fibra ottica puro, cosidetto Fiber to the Home (FTTH), dove la fibra ottica arriva direttamente a casa o in azienda.

Già esistono dei progetti finanziati dalla Cassa Depositi e Prestiti per 500 milioni di Euro che dovrebbero portare la Fibra ottica in 30 città entromil 2017 (però fino fino all’area antistante agli edifici (Fibre to the Street, FTTS).

La tecnologia basata sul doppino di rame è stata introdotta in Italia negli anni 20 dalla SIP:

dopo quasi un secolo è arrivato il momento di passare ad uno stadio evolutivo superiore.

Se lo Stato diventasse proprietario della rete telefonica, potrebbe investire liberamente in questo salto di tecnologia e garantire la connettività per i prossimi decenni, potendo offire ai consumatori una rete che supporta fino ad un gigabit/sec di velocità (es. Google Fiber)

Per coprire le aree non coperte, si può accedere ai finanziamenti europei (vedasi http://ec.europa.eu/competition/consultations/2009_broadband_guidelines/guidelines_it.pdf)

Questo investimento verrebbe remunerato direttamente in quanto lo Stato o l’ente proprietario della rete telefonica affitterebbe la rete agli operatori a fronte di un canone.

Indirettamente perchè secondo studi autorevoli, un raddoppio della velocità di connessione a banda larga produce un aumento del PIL dello 0,3%.

Un ulteriore raddoppio della velocità incrementa il PIL dello 0,6%.

Un report di Ericsson e Arthur D. Little afferma che per ogni aumento del 10% nella penetrazione della banda larga, il PIL cresce dell’1%.

Un investimento su questa scala porterebbe ad un ulteriore diminuzione del costo dell’investimento, poichè avremmo un mega progetto che consente delle grosse economie di scala.

Inoltre si andrebbe a recuperare tutto il rame dei cavi che attualmente ha un valore inestimabile, testimoniato dai continui furti di cavi.

Avere la banda larghissima, consentirebbe finalmente lo sviluppo del telelavoro e della telepresenza.
Anche oggi è già possibile una teleconferenza con mezzi quali Skype, etc, ma una diffusione capillare della fibra ottica consentirebbe l’utilizzo di sistemi di telepresenza ad altissima risoluzione (come Halo).

Questo avrebbe ulteriori ricadute sull’economia: minori spostamenti per lavoro, meno traffico, meno emissioni di Co2, meno incidenti, più efficienza, meno malattie, etc.

Tutta una serie di benefici non quantificabili in questa sede, ma che sicuramente contribuirebbero ad una crescita sana dell’economia e del benessere generale.

Un investimento che rende dal primo giorno e per decenni a venire.

Infine, si potrebbe mandare in pensione il digitale terrestre e canalizzare tutto il traffico televisivo sulla fibra ottica, anche qui riscuotendo un giusto canone dalle reti televisive.

Le frequenze radio liberate potrebbero essere messe all’asta e vendute agli operatori di telefonia mobile, che potrebbero così ulteriormente migliorare i loro servizi (vedasi LTE).

Caro libri – introduzione massiva dell’uso di Ebook ed eliminazione dei libri scolastici cartacei

Negli ultimi anni sono state proposte diverse soluzioni per l’introduzione dell’Ebook nella scuola italiana, ma l’approccio è disorganizzato e non omogeneo.

Nella migliore delle ipotesi abbiamo un sistema misto (Ebook + cartaceo) dove non si è ottenuto alcun risparmio per le famiglie.

Alcuni numeri per capire le dimensioni del fenomeno (dati Istat e Federconsumatori):
Oltre 7.000.000 di studenti di cui quasi 3 milioni iscritti alle scuole superiori.
Quasi 2 milioni di studenti universitari.
Spesa media per uno studente di prima media: 435 € (libri + dizionari)
Spesa media per uno studente di primo liceo: 730 € (libri + dizionari)
Spesa media per gli anni successivi al primo: 270 €

Quest’anno il Governo ha stanziato 103 milioni per la fornitura gratuita dei libri di testo nella scuola secondaria di primo grado.
I libri della scuola primaria vengono finanziati dai Comuni, notoriamente a corto di fondi e in molti casi, sull’orlo del dissesto finanziario.

Esistono già degli esperimenti come „Book in Progress”, dove una rete di docenti ha scritto dei libri in formato Ebook, consentendo un notevole risparmio agli studenti.

La mia idea è quella di cambiare radicalmente il sistema, introducendo l’Ebook a partire dalla prima elementare fino ad arrivare all’Università.

Per quanto riguarda la fornitura dei libri, dizionari e dispense, si potrebbero considerare due varianti:

1) Variante „Creative Commons”: Una commissione di docenti crea tutti i libri di testo per tutte le scuole con licenza Creative Commons. Questi testi saranno scaricabili gratuitamente
2) Variante „Commerciale”: I libri scolastici dovrebbero essere messi in uno „store” approvato dal Ministero dell’Istruzione e i libri dovrebbero avere un prezzo massimo di 2.90 € per compensare adeguatamente gli autori.

Attualmente il miglior lettore in commercio è il Kindle Paperwhite che costa 129 €.
Considerando una fornitura all’ingrosso per milioni di pezzi, si potrebbe spuntare un prezzo decisamente più basso.

Un lettore Ebook ha un grado di obsolescenza più basso rispetto a Smartphone e PC, quindi si può tranquillamente considerare una vita media di 5 anni.
Questa cifra corrisponde a circa 20 € per anno di utilizzo.

Aggiungiamo 10 libri per anno e avremo una spesa complessiva inferiore ai 70 € per anno e per studente.

Rispetto alla realtà attuale, abbiamo un risparmio del 500%, che va moltiplicato per tutti gli anni di vita scolastica dello studente (18-20 anni)

Ulteriori vantaggi:
1) Riduzione di utilizzo di carta (attualmente il giro di affari dei libri scolastici rappresenta il 20% del totale in termini economici, molto di più in termini di consumo di carta)
2) Riduzione dello sforzo degli studenti che spesso devono caricare dei pesi eccessivi per la loro statura, causando patologie che richiedono cure ortopediche a lungo termine.
Queste patologie hanno dei costi economici e sociali molto alti che in questa sede non so stimare, ma chi soffre di mal di schiena cronico o difetti di postura può facilmente verificare.

Questa è una riforma a costo zero per lo Stato, dove abbiamo un ritorno immediato, sia per la collettività in generale che per le famiglie interessate.

Della riforma del TFR e l’abbassamento dello Spread (a.k.a la Riforma del Cuius)

Caro Presidente Monti,
vengo subito al dunque e Le propongo una riforma del settore pensionistico che potenzialmente avrebbe i seguenti vantaggi:

1)    Migliorare a costo zero il settore pensionistico
2)    Abbassare lo spread in maniera duratura

Partiamo da uno dei pilastri del nostro sistema pensionistico: il fondo TFR
Attualmente il TFR corrisponde al 6,91% della retribuzione lorda.
Se lo lasciamo in azienda, matura secondo un indice composto costituito dalla somma dell’1,5 per cento in misura fissa e del 75 per cento della variazione (se positiva) dell’indice dell’inflazione rilevata dall’ISTAT.
Se conferito in un fondo pensione di tipo aperto o chiuso oppure ad un piano di previdenza individuale, abbiamo un rendimento che viene determinato dall’andamento del mercato, dalla bravura del gestore, al netto delle commissioni che quest’ultimo (in)giustamente e (im)meritatamente incassa.
Innumerevoli studi dimostrano che a parità di profilo di rischio e trattamento fiscale, il prudente TFR lasciato in azienda rende di più ed è più sicuro di un fondo gestito attivamente.

La mia proposta:

Perchè non incanalare i versamenti del TFR in un fondo che investe in titoli di Stato indicizzati come i BTPi?
Lo Stato potrebbe creare una banca telematica dove ad ogni lavoratore viene assegnato un conto per il TFR. Su questo conto, assegnato a vita (come il codice fiscale), il datore di lavoro versa i contributi che vengono investiti automaticamente in titoli del Tesoro indicizzati all’inflazione.

Vantaggi:

1)    Maggiore sicurezza per il lavoratore
2)    Rendimento più alto rispetto ad altre forme di previdenza integrativa (considerate a parità di profilo di rischio)
3)    Maggiore rendimento = maggiore entrate fiscali per lo Stato
4)    Flessibilità assoluta in caso di cambio di occupazione: il conto rimane unico a vita.
5)    Zero dispersione in commissioni di gestione (il conto della casalinga ci insegna che a parità di rendimento, una commissione di gestione annua dell’1%, in un periodo di 35 anni, implica un rendimento complessivo decurtato del 29%)
6)    L’eventuale fallimento del datore di lavoro o del gestore del fondo non sarebbe più un problema per il contribuente (senza considerare le mancate controversie giudiziarie e relativi costi che emergono in caso di fallimento)
7)    Considerando uno stipendio lordo medio annuo di ca. 19000 €, la quota del 6.91% (1312 €), moltiplicata per circa 16.000.000 di lavoratori dipendenti in Italia corrisponderebbe a circa 20.000.000 € (venti miliardi). Questi 20 miliardi all’anno, investiti in BTPi, porterebbero ad un’immediato calo del famigerato spread.
8)    Gli interessi maturati rimarrebbero in Italia e contribuirebbero alla nostra economia e non ad ingrassare banche straniere e speculatori di ogni ordine e grado.
9)     I contributi versati a forme di previdenza complementare sono deducibili per un massimo di 5164,67 €. Applicando lo stesso trattamento al nostro fondo e ipotizzando uno scenario molto prudente dove il versamento “extra” sarebbe di 50 € al mese, avremmo circa 800.000.000 € in più. Facciamo 100 €? Siamo già a 1.600.000.000 €. Vogliamo estendere lo stesso trattamento anche ai lavoratori autonomi?
10)   Questa somma disponibile a lungo termine (in pratica l’intera vita lavorativa dei dipendenti, al netto dei riscatti anticipati previsti dalla legge) andrebbe a smussare i picchi della speculazione a breve termine, consentendo una gestione più tranquilla e meno emergenziale del debito pubblico.

Buon lavoro!

Lettera aperta all’Onorevole Bersani

Caro Onorevole Bersani,

mi rivolgo direttamente a Lei per chiedere dei lumi sulla famosa legge che porta il Suo nome, visto che nessuno può dare un’interpretazione più corretta di una legge di chi l’ha concepita e scritta.

Vengo al dunque: ho sottoscritto un abbonamento con la Tre che prevede un pacchetto dati mensile: non mi è stato fornito alcun tipo di hardware in comodato d’uso, ma solo la scheda SIM, al prezzo di 17 € al mese.

Dopo un anno, ho chiesto di interrompere il contratto (durata prevista 24 mesi), ma la Tre mi ha detto che in caso di interruzione anticipata del contratto, dovrei pagare una penale di 300 €.

Da quanto mi risulta, il Suo decreto prevede che siano esigibili dal fornitore solo delle somme giustificate dal tipo di servizio usufruito (nel mio caso solo la connessione) e dalle spese giustificate dai costi dell’operatore.

Visto che non ho preso un modem in comodato d’uso, non riesco a comprendere quali possano essere questi costi.

Infatti, vivendo in Germania, ho avuto la stessa esperienza, ma con un esito differente.

Ho disdetto il contratto che prevedeva anche quì solo la fornitura della connessione, senza modem in comodato.

  1. La disdetta è stata fatta via email, tramite autenticazione sul portale del fornitore e non con raccomandata con ricevuta di ritorno e fotocopia del documento come in Italia.
  2. La disdetta è stata convalidata in forma scritta dal fornitore che ha staccato la connessione al mese successivo
  3. Alla restituzione della SIM da parte mia, ho ricevuto la mensilità di cauzione dopo una settimana. Non mi è stato addebitato alcun costo.

La domanda finale è: a cosa serve la legge Bersani e in che modo questa aiuta il consumatore? Nel mio caso, sono fesso io che non so far valere un eventuale diritto o la Tre agisce nel rispetto della Legge?

Speranzoso di ricevere un Suo segno, La saluto cordialmente!

BC

Rotatorie

Cari Bloggers,

chi mi segue dalla prima ora ricorderà il post riguardante la Catania-Gela, dove denunciai la evidente esecuzione dei lavori secondo la nobile arte del “futti futi chi Diu perdona a tutti”.

Sono passati gli anni e si sta provvedendo a mettere in sicurezza la nostra Falluja-Baghdad, ma anche stavolta di fare il lavoro a regola d’arte non se ne parla proprio.

Ammirando l’esecuzione dei lavori presso le rotatorie ancora da ultimare, ho notato l’esiguo strato di asfalto nonchè il massicciato piuttosto carente (pietrisco pressato). Quello che era un vago sospetto, si è trasformato in una tenue certezza quando ho confrontato il modus operandi presso un cantiere in quel di Sindelfingen.

Come unità di misura ho utilizzato una tessera sanitaria dall’altezza di 12 cm.

Come potete vedere, lo strato di breccia grossa equivale a circa 3-4 volte l’altezza della tessera. Stessa cosa dicasi per lo strato di asfalto.

In totale abbiamo quasi un metro di materiale, disposto su un terreno già livellato e compresso a regola d’arte.

Pur non essendo ingegneri, possiamo dedurre che sia per la quantità che per la qualità e il mix dei materiali, questa rotatoria resisterà in secula seculorum, necessitando di qualche ritocco nel corso degli anni.

Possiamo affermare la stessa cosa sulle rotatorie della Catania-Gela?

Anche io un infame!

bc41

Cari Bloggers,

come sapete, la candidatura al Parlamento Europeo di Sonia Alfano, nella lista dell’Italia dei Valori, è stata accolta con entusiasmo dagli amici degli amici, che hanno dato il benvenuto a modo loro, scrivendo “Sonia Alfano infame” su un muro in via Calatafimi a Palermo.

Se anche voi vi sentite infami come Sonia Alfano, potete partecipare alla campagna graffitara.

Potete scegliere il muro 1, 2 o 3, scrivere “nome cognome infame”, inserire il PIN (il codice alfanumerico posizionato alla destra di “Bitte”) nell’apposito campo e cliccare su “Bild erstellen”.

Se il codice non dovesse essere riconosciuto, riprovate aggiornando la pagina.

Buona campagna a tutti!