Il dividendo di cittadinanza europeo

Carissimi,
prossimamente si parlerà tanto di politiche europee, quello che vorremmo che l’Europa diventasse, entriamo in Europa per cambiare l’Italia e via sloganando.
Nel mio piccolo cerco di dare una mano con una idea poco ortodossa ma abbastanza ragionata.

Uno dei problemi principali dell’Europa è la mancanza di crescita dell’economia, collegata alla morsa del debito pubblico, collegata al pericolo di deflazione.

Premesso che, secondo me, nel lungo termine si dovrebbe perseguire un obiettivo di crescita qualitativa e non quantitativa (la cosiddetta “decrescita felice”), oggi siamo chiamati a risolvere un problema immediato.
Negli ultimi anni, la BCE ha cercato di tappare i buchi immettendo liquidità nel mercato.
Il metodo usato è quello del Quantitative Easing che, detto alla casalinga, consiste nell’aumentare la liquidità del sistema acquistando titoli di Stato e obbligazioni dalle banche, soprattutto dei Paesi in difficoltà.
Nell’immediato queste misure hanno l’effetto di calmierare i tassi di interesse.
Proprio oggi (11.4.2014), il tasso dei BTP è sceso allo 0,93%.
Mario Draghi: ti devo una cena 🙂
Dietro al Quantitative Easing (per gli amici QE), si cela la speranza che la liquidità raggiunga le banche e che queste concedano crediti a imprese e privati.
Questi ultimi dovrebbero infine rimettere in moto l’economia.
Purtroppo questo approccio top-down non è molto efficace se le banche hanno bilanci in sofferenza.
Le banche utilizzano la liquidità fornita dalla BCE per rimettere a posto i bilanci flagellati dalle precedenti bolle finanziarie e quindi rimane ben poco per imprese e privati.
L’economia non riparte e lo spettro della deflazione non fa dormire il nostro amico Mario.
Qualcuno si chiede: ma QE significa che la BCE stampa soldi, creandoli dal nulla, e li immette nel sistema?
Più o meno si.
Si chiama Fiat Money.
Fiat Money non è denaro prodotto dalla Fiat, ma semplicemente denaro “creato”.

Facciamo un breve ripasso della storia (necessario per capire certi meccanismi), e torniamo nel 1690.
Francia-Inghilterra 3-0 (parliamo della battaglia di Beachy Head) e il re William III vuole la rivincita.
Per finanziare la flotta navale, servivano circa 1.200.000 sterline, ma il re era a secco perchè aveva perso tutto all’andata.
All’epoca non esisteva la moneta cartacea o elettronica: le sterline erano d’argento e quindi l’argento, in quanto metallo prezioso, non poteva essere riprodotto a piacimento.
Era necessario farsi prestare i soldi da chi ce li aveva.
A questo scopo fu fondata la Bank of England, che risolveva il problema creando le banconote e i titoli del debito pubblico.
Il cittadino portava un sacchetto di monete d’argento in banca e riceveva un titolo del debito pubblico (Bond) che garantiva un tasso di interesse.
Il re riceveva il corrispettivo in banconota e ci comprava navi e cannoni.
Ogni banconota era convertibile nella corrispondente quantità di moneta in argento.
Così nacque il debito pubblico e il sistema monetario nella forma che più o meno conosciamo tutti.
Nel corso degli anni, si è passati dalla convertibilità in argento al Gold Standard.
Un sistema monetario basato sul Gold Standard prevede che la moneta sia convertibile in una quantità di oro corrispondente al valore della stessa.
Il Gold Standard è andato in pensione nel Ferragosto del 1971, quando il presidente degli USA (Richard Nixon) annunciò che il dollaro non sarebbe più stato convertibile in oro.
Il motivo?
Dopo la seconda guerra mondiale, il volume del commercio internazionale esplode.
Gli accordi di Bretton Wood, che regolavano il sistema monetario internazionale, prevedevano che le valute internazionali fossero legate al dollaro e il dollaro all’oro (le riserve di Fort Knox).
Questa costruzione aveva un difetto, conosciuto come il “dilemma di Triffin”: l’aumento degli scambi comportava una sempre maggiore richiesta di dollari, in quanto all’aumento della massa monetaria nei singoli stati, doveva corrispondere una copertura in dollari.
Il dollaro doveva a sua volta essere “coperto” dalle riserve auree, ma ad un certo punto, tutti gli operatori del mercato si resero conto che la quantità di riserve auree era assolutamente insufficiente per coprire la valuta.
Tutto l’oro del mondo, dai vostri orecchini ai tesori dei Maya, se venisse fuso insieme, risulterebbe in un cubo di 21 metri di lato.
Poco per coprire il volume delle transazioni monetarie a livello globale!
Mettici pure che gli USA avevano finanziato le guerre della Corea e del Vietnam stampando dollari…
Per farla breve, Nixon decide che il dollaro non è più convertibile in oro e quindi vengono liberalizzati i cambi.
Nasce il Fiat Money, il denaro creato dal nulla, non convertibile in alcunchè.
Ora direte: ma se si può creare moneta dal nulla, appropriamoci della sovranità monetaria, mettiamo in moto la stampante e risolviamo il problema!
Calma, calma!
Nel momento in cui uno Stato si appropria della sovranità monetaria e la gestione della creazione del denaro non è delegata ad un ente terzo ed indipendente (la banca centrale), il tasto “print” viene lasciato acceso a piacimento e in poco tempo si innesca l’iperinflazione.
Ecco un esempio di sovranità monetaria gestita ad muzzum:

Zimb 5_0

Che cos’è l’inflazione?
Per semplificare ai minimi termini, immaginate un sistema economico composto da 100 persone, che hanno a disposizione in tutto 100 monete da un Euro (la massa monetaria) e sul mercato esistono 100 uova (offerta totale di beni e servizi).
Se il mercato è in perfetto equilibrio, ogni persona spenderà un Euro per comprare un uovo.
Adesso facciamo aumentare la massa monetaria e immettiamo altre 100 monete da un Euro nel sistema.
Affinchè il mercato raggiunga un equilibrio stabile, il prezzo delle uova tenderà a salire, fino a raggiungere il prezzo di 2 Euro.
Questa è l’inflazione.
Al contrario, se aumentiamo l’offerta di beni e servizi, quindi portiamo le uova da 100 a 200, il sistema sarà in equilibrio quando il prezzo delle uova sarà di 50 centesimi.
A livello macroeconomico il calcolo è molto più complesso, ma il principio di base è questo.
Adesso Mario Draghi ha un problema: deve fare in modo che gli attori del mercato dispongano di una massa monetaria maggiore per comprare uova (beni e servizi) e fare in modo che l’inflazione si porti al 2%.
Contemporaneamente questa massa monetaria deve circolare affinchè l’economia si rimetta in moto.
I tentativi finora fatti sono stati poco fruttuosi: tra il 2011 e il 2012 la BCE si è sparata quasi 1500 miliardi di Euro e il prossimo intervento dovrebbe essere di circa 1000 miliardi (80 miliardi al mese per 12 mesi).
Ripetiamo: sia i 1500 miliardi di prima che i 1000 di quest’anno sono soldi stampati dalla BCE per calmierare i tassi di interesse del debito pubblico e fare arrivare liquidità alle banche ed infine a cittadini e imprese.

Da qui nasce l’idea di provare un approccio bottom-up: la creazione di un dividendo di cittadinanza europeo.
La BCE vuole raggiungere il target di inflazione del 2% e contemporaneamente far scendere il livello dell’Euro per rendere più competitive le esportazione europee?
Con il dividendo di cittadinanza, si andrebbe a distribuire direttamente ai cittadini della zona euro (circa 320 milioni) una somma mensile, flat per tutti, indipendentemente da qualsiasi fattore (età, nazionalità, patrimonio).
Ipotizzando una somma di 50 euro a testa, saremmo sui 16 miliardi al mese (contro gli 80 miliardi attuali che vengono iniettati nel sistema bancario).
Di questi 50 euro, una parte verrebbe immediatamente recuperata tramite l’IVA e successivamente tramite le imposte dirette, mitigando l’effetto sul tasso di inflazione e migliorando la raccolta fiscale dei singoli Stati.
Indipendentemente dall’uso di questo dividendo, si andrebbe a stimolare immediatamente l’economia, senza dover aspettare che la liquidità venga immessa sul mercato dalle banche.
Nel momento in cui si raggiunge il target di inflazione desiderato, il programma potrebbe essere ridotto o messo in stand-by.
Sarebbe una soluzione win-win-win: la BCE allontana lo spettro della deflazione, i cittadini potrebbero disporre di una somma extra che stimola immediatamente l’economia, gli Stati potrebbero disporre di entrate fiscali aggiuntive e mettere in moto un ciclo di investimenti.

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