Il Fiscal Compact spiegato a me stesso e a mia zia Nunzia.

Rieccoci qua dopo una lunghissima pausa!

Oggi vorrei condividere la mia analisi del Fiscal Compact.

Onde evitare uno stile da “campagna elettorale” o “Bar Sport”, ho semplicemente sintetizzato le parti salienti, riportando gli articoli originali e aggiungendo il mio commento.
In questo modo anche voi potrete farvi un’idea e dare una vostra interpretazione del documento.

Iniziamo con la definizione di Fiscal Compact: questo trattato, il cui nome formale è Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria, è un’evoluzione del precedente Patto di Stabilità e prevede una serie di controlli e meccanismi implementare una disciplina di bilancio più rigida tra i Paesi dell’area Euro e fondamentalmente ha due obiettivi:

1) Raggiungere il pareggio di bilancio (deficit strutturale 0% – 0,5% secondo la definizione che vedremo in seguito)
2) Rapporto debito/PIl del 60% da raggiungere entro 20 anni.

In seguito riportiamo gli articoli più rilevanti.
In grassetto le parti che sollevano interrogativi e in corsivo il mio commento.

TITOLO III

FISCAL COMPACT

Articolo 3

  1. Le parti contraenti devono applicare le seguenti regole, in aggiunta e fatti salvi gli obblighi derivanti dal diritto dell’Unione:

a) La situazione di bilancio delle amministrazioni pubbliche deve essere in pareggio o in avanzo.

b) La regola di cui al punto a) si considera rispettata se il deficit strutturale annuo della pubblica amministrazione non superi il valore di riferimento specifico per ciascun Paese, come definito dal Patto di Stabilità e Crescita riveduto e corretto, con un limite minimo di un deficit strutturale dello 0,5% sul Pil nominale. Le parti contraenti garantiscono la convergenza verso i rispettivi obiettivi di medio-termine per ciascun Paese. La tempistica per tale convergenza sarà proposta dalla Commissione tenendo conto della sostenibilità dei rischi per ogni Paese. L’avvicinamento e il raggiungimento degli obiettivi di medio termine saranno valutati sulla base di una analisi complessiva che abbia come riferimento il bilancio strutturale, inclusa una analisi della spesa al netto di introiti dovuti a misure discrezionali, in linea con quanto previsto dal Patto di Stabilità e Crescita rivisto.

c) Le Parti Contraenti possono temporaneamente deviare dai loro obiettivi di medio termine o dai piani di rientro dal deficit solo in caso di circostanze eccezionali, come specificato dal paragrafo 3.

Qui abbiamo i primi elementi di discrezionalità…

e) Nell’eventualità che vengano ravvisati allontanamenti significativi dagli obiettivi di medio termine o dai piani per raggiungerli, deve essere innescato automaticamente un meccanismo di correzione. Il meccanismo deve includere l’obbligo per la Parte Contraente interessata di implementare misure per correggere gli allontanamenti per un periodo definito di tempo.

Tutti gli stati Europei vengono costantemente monitorati attraverso uno scoreboard che misura diversi indicatori economici.
Quando questi indicatori vanno oltre una soglia determinata, scatta l’allarme.
L’allarme porta ad una „raccomandazione“ di politiche da adottare per rimettere a posto questi indicatori.

In passato, c’era solo la raccomandazione, seguita eventualmente da una sanzione pari allo 0,1% del PIL (vedasi „six pack“)
Adesso dovrebbe scattare un meccanismo, per cui le „raccomandazioni“ per rientrare dal debito dovrebbero essere implementate immediatamente, in automatico.
Uso il condizionale e capirete il perchè nei prossimi articoli.

2.
Le regole di cui al paragrafo 1 devono diventare effettive nei sistemi legislativi nazionali delle Parti Contraenti al più tardi in un anno dall’entrata in vigore del presente Trattato, introdotte in disposizioni nazionali vincolanti, preferibilmente di natura costituzionale o comunque con la garanzia di essere pienamente seguite e rispettate in tutti i procedimenti relativi al bilancio nazionale. Le Parti Contraenti devono mettere in atto a livello nazionale i meccanismi di correzione menzionati al paragrafo 1.e) sulla base dei principi concordati che saranno proposti dalla Commissione Europea, concernenti in particolare la natura e l’entità delle misure correttive da prendere e la tempistica in cui dovranno essere prese, anche in caso di circostanze eccezionali, e il ruolo e l’indipendenza delle istituzioni responsabili di monitorare a livello nazionale l’osservanza delle regole. Questo meccanismo deve rispettare pienamente le prerogative dei parlamenti nazionali.

La Commissione Europea indicherà quale tipo di interventi bisognerà effettuare per rientrare dal debito.
La frase „Questo meccanismo deve rispettare pienamente le prerogative dei parlamenti nazionali“ , considerato che si tratta di un „meccanismo“, può essere visto come una mera ratifica della ricetta prescritta dalla Commissione Europea.
Quali siano queste misure non è dato sapere.
Il che lascia forti dubbi sul termine „meccanismo“, che implicherebbe un’applicazione automatica di un qualcosa di predefinito.
Con questa formulazione si aprono le porte ad interventi decisi unilateralmente (vedasi Troika in Grecia)

3. Ai fini del presente articolo, si applicano le definizioni di cui all’articolo 2 del protocollo n. 12 si applica. Inoltre, si applicano le seguenti definizioni:
“Deficit strutturale annuo della pubblica amministrazione”: si intende il netto annuo del disavanzo corretto per il ciclo al netto delle misure una tantum e temporanee;
“Circostanze economiche eccezionali”: si intende un evento inconsueto non soggetto al controllo della Parte Contraente interessata, che ha un forte impatto sulla posizione finanziaria del governo o in periodi di grave crisi economica come previsto nel Patto rivisto di Stabilità e Crescita, premesso che la temporanea deviazione della Parte Contraente interessata non metta a rischio la sostenibilità finanziaria nel medio termine.

Anche qui abbiamo ampi margini di discrezionalità e interpretazione.
La crisi in Italia è un evento eccezionale al di fuori dal nostro controllo o un evento nella norma?

Articolo 4

Quando il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo supera il valore di riferimento del 60% di cui all’articolo 1 del Protocollo n. 12, le Parti contraenti si impegnano a ridurlo ad un tasso medio di un ventesimo l’anno come punto di riferimento, come previsto dall’articolo 2 del regolamento del Consiglio numero 1467/97 del 7 Luglio 1997 per velocizzare e chiarire l’implementazione di procedure per deficit eccessivo, come precisato dal regolamento del Consiglio numero 1177/2011 dell’8 Novembre 2011

Questa è la parte più controversa.
Il regolamento prevede che la riduzione venga calcolata sull’eccedenza ponderata degli ultimi 3 anni.
Questo consente di trovare un compromesso tra gli sviluppi di medio termine e l’anno più recente, evitando di far scattare i meccanismi alla rottura della soglia in un singolo anno (che può essere dovuto ad un evento eccezionale)
L’Italia ha chiuso il 2013 con un rapporto deficit/PIL del 132,6% (circa 2070 miliardi di euro di debito su un PIL di 1560 miliardi)
Siamo abbondantemente oltre soglia.
Un aspetto da approfondire è il tasso „medio“ di un ventesimo l’anno.
Il tasso medio implica una curva discendente, dove le riduzioni sono più drastiche all’inizio e più lievi man mano che ci si avvicina al target del 60%.
Secondo la formula di calcolo concordata a livello europeo e recepito dal DPEF 2012, il rapporto debito/PIL dovrebbe essere il 112,3% nel 2016, 109,6% nel 2017, 107% nel 2018 (fonte)
La curva andrà ammorbidendosi e se tutto va secondo i piani del DPEF, il rapporto deficit/PIL raggiungerà l’80% nel 2030.

Arriviamo alla conclusione.
Lasciando i valori costanti al 2013, per raggiungere il rapporto debito/PIL del 60%, il debito dovrebbe ridursi a 936 miliardi.
Nella nostra simulazione a 5 anni, vogliamo essere ottimisti e prevediamo un tasso di crescita costante del PIL dell’1% (attualmente siamo in decrescita).

Ipotizziamo che si riesca a ridurre il debito con disciplina ferrea e senza sgarrare, del 5% all’anno.
Questa simulazione implica un deficit pubblico dello 0%.
Per la cronaca: Il calcolo nella tabella è molto generoso, perchè il deficit per il 2014 è previsto al 2,6% e per il 2015 al 2.2%.
Renzi ha anche dichiarato di voler „grattare“ lo 0,4% per arrivare alla soglia del 3% (senza sforare) per poter stimolare l’economia con circa 6 miliardi.
Facciamo la tabellina con Excel e avremo

 Anno Debito Saldo PIL Rapporto Deficit/PIL
2013 2070,00 98,57 1560,00 132,69%
2014 1971,43 93,88 1575,60 125,12%
2015 1877,55 89,41 1591,36 117,98%
2016 1788,14 85,15 1607,27 111,25%
2017 1702,99 81,09 1623,34 104,91%
2018 1621,90 77,23 1639,58 98,92%

Per mia zia Nunzia (che non sa fare il calcolo con le percentuali): per scendere da 132 a 107% in 4 anni, bisogna ridurre il debito e/o far crescere il PIL per un totale di circa 517.5 miliardi (cinquecentodiciassette miliardi in 4 anni).
Ricordate lo scherzo a Fabrizio Barca con il finto Nichi Vendola, dove si ipotizzava una partimoniale secca da 400 miliardi?

Alternativa: trovare un giacimento di petrolio che (ai prezzi di oggi) produca circa 5 milioni di barili al giorno.

Articolo 5

  1. Le Parti Contraenti che sono soggette a procedura per deficit eccessivo secondo i Trattati dell’Unione Europea, mettono in atto il programma per una partnership di bilancio ed economica con valore vincolante, contenente una descrizione dettagliata delle riforme strutturali da mettere in atto e implementare per garantire una correzione efficace e durevole dei disavanzi eccessivi. Il contenuto e il formato di tali programmi devono essere definiti dal diritto dell’Unione Europea. La loro presentazione alla Commissione e al Consiglio europei per l’approvazione e il loro monitoraggio deve avvenire nel contesto delle procedure di vigilanza esistenti del Patto di Stabilità e Crescita.

Logicamente i piani di rientro vanno approvati e monitorati dalla Commissione Europea.
Una cessione di sovranità che rientra nella logica del trattato, per cui è assolutamente legittima (anche se a qualcuno non può piacere – se siete sposati o fidanzati, capirete il meccanismo).
La storia recente ci insegna che questi provvedimenti presi dall’alto da burocrati (vedasi troika o FMI), raramente contemplano le esigenze della popolazione.
Le prime misure che vengono adottate riguardano sempre la riduzione dello stato sociale e privatizzazione dei „gioielli di famiglia“ a prezzi di realizzo.
La conseguenza è sempre un impoverimento generalizzato della popolazione e un ulteriore collasso dell’economia.

Esempio Grecia: il PIL è calato dello 0,2% nel 2008 / 3,1% nel 2009 / 4,9 nel 2010 / 7,1% nel 2011 / 6,4% nel 2012 e 4% del 2013.
Nello stesso periodo il rapporto deficit PIL è salito da 112,9% a circa 180% di oggi.
Magra consolazione: la Grecia (così come l’Italia) ha un avanzo primario, che però viene vanificato dal peso degli interessi sul debito.

Articolo 6

Nell’ottica di coordinare meglio la pianificazione delle emissioni di debito nazionale, le Parti Contraenti devono fare rapporto ex ante alla Commissione e al Consiglio europeo dei loro piani di emissione di debito.

Questo articolo si sposerebbe con una rivisitazione dell’articolo 123 del Trattato di Lisbona.
Un bell’intervento di microchirurgia e sostituiamo „prohibited“ con „allowed“.
In sostanza di metterebbe fine al meccanismo per cui la BCE presta i soldi alle banche allo 0.5% e queste poi comprano i titoli di Stato al tasso di mercato, lucrando sulla differenza.
Se gli Stati potessero finanziarsi allo 0.5%, l’uscita dal tunnel del debito sarebbe alla nostra portata, tanto è vero che l’Italia (come detto in precedenza) ha un avanzo primario.
Compiti per casa: se vi capita di parlare con un politico o aspirante tale, chiedetegli il perchè della formulazione dell’articolo 123 del Trattato di Lisbona.
Se non sa cosa è il Trattato di Lisbona o non ricorda la formulazione dell’articolo 123, fate finta di parlare con mia zia Nunzia e chiedete: “perchè la BCE non può prestare i soldi direttamente agli Stati, ma li presta alle banche e poi gli Stati devono ricorrere alle banche ai prezzi di mercato per finanziare il proprio debito?”
Dalla risposta capirete se c’é ancora speranza o se siamo in alto mare!

Articolo 7

Nel pieno rispetto degli obblighi procedurali dei trattati dell’Unione, le Parti contraenti la cui moneta è l’euro si impegnano a sostenere le proposte o raccomandazioni espresse dalla Commissione europea, qualora sia individuato dalla Commissione europea uno Stato membro (la cui moneta è l’euro) che sia in contrasto con del tetto del 3% nel quadro di una procedura per disavanzo eccessivo, a meno che una maggioranza qualificata delle parti contraenti non esprima opinione contraria. La maggioranza qualificata è definita per analogia con le pertinenti disposizioni contenute nei Trattati dell’Unione Europea senza tenere conto della posizione della Parte contraente interessata, se si oppone alla decisione proposta o se invece la consiglia.

Se una maggioranza qualificata può porre il veto alla procedura di infrazione, è ipotizzabile un accordo tra i „peccatori“, a scapito di chi rispetta i dettami del trattato.
Crisi diplomatiche già programmate!

Articolo 8

  1. La Commissione europea è invitata a presentare a tempo debito alle Parti Contraenti un rapporto sulle misure adottate da ciascuna di esse in conformità all’Articolo 3(2). Se la Commissione europea, dopo aver dato alla Parte Contraente interessata l’opportunità di sottoporre le sue osservazioni, conclude nel suo rapporto che una Parte Contraente non ha osservato le norme dell’Articolo 3(2), il caso sarà portato davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea da una o più Parti Contraenti. Nel caso in cui una Parte Contraente ritenga, indipendentemente dal rapporto della Commissione europea, che un’altra Parte Contraente non abbia osservato le norme dell’Articolo 3(2), può essa stessa da sola portare il caso davanti alla Corte di Giustizia. In entrambi i casi, il verdetto della Corte di Giustizia deve essere vincolante per le parti sotto processo, che devono prendere le misure necessarie per conformarsi a quanto stabilito dal verdetto in uno spazio di tempo che sarà deciso dalla Corte.

Questa è una norma foriera di controversie: se uno Stato non fa i compiti e la Commissione Europea non nota la mancanza, un altro Stato può ricorrere alla Corte di Giustizia Europea per denunciare lo Stato che non rispetta i propri doveri.
Presumibilmente non si arriverà mai a tanto, ma si procederà per vie diplomatiche per far si che sia la Commissione Europea ad intervenire.
In ogni modo, i PIGS sono avvisati!

  1. Se, sulla base delle sue valutazioni o di una valutazione della Commissione Europea, una Parte Contraente ritenga che un’altra Parte Contraente non abbia preso le misure necessarie per mettersi in regola con il verdetto della Corte di Giustizia a cui si fa riferimento nel paragrafo 1, questa può portare il caso alla Corte di Giustizia e richiedere l’imposizione di sanzioni finanziarie secondo i criteri stabiliti dalla Commissione nel quadro dell’Articolo 260 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea. Se la Corte trova che la Parte Contraente interessata non si sia conformata al suo verdetto, può imporre ad essa il pagamento di una somma forfettaria o di una pena adeguata alle circostanze e che comunque non può superare lo 0,1% del suo prodotto interno lordo. L’importo imposto a una Parte Contraente la cui moneta è l’euro deve essere pagabile all’European Stability Mechanism (il Fondo Salva Stati, nda). In altri casi, i pagamenti devono essere indirizzati al bilancio dell’Unione europea.

Questo comma potrebbe rivelarsi un boomerang o al massimo ininfluente nel momento in cui lo Stato che viola le disposizioni e viene sanzionato, necessita dei finanziamenti dell’ESM.
Prendiamo l’esempio della Grecia.
PIL 250 miliardi.
Sanzione potenziale: 250 milioni.
Rapporto debito/PIL: 188%
Deficit: 9% (22.5 miliardi)
In questo caso, l’effetto deterrente è risibile e i 250 milioni sono poco più dell’1% del deficit!

TITOLO IV

COORDINAMENTO E CONVERGENZA DELLA POLITICA ECONOMICA

Articolo 11

Nell’ottica di confrontare le migliori soluzioni possibili e di lavorare insieme a una politica economica più strettamente coordinata, le Parti Contraenti garantiscono che tutte le più importanti riforme di politica economica che esse pensano di intraprendere saranno discusse ex ante e, laddove sia appropriato, coordinate fra di loro. Questo coordinamento deve coinvolgere le istituzioni dell’Unione Europea così come richiesto dal diritto dell’Unione Europea.

Cosa buona e giusta. Chissà se così riusciremo ad avere una politica economica sensata!
Contemporaneamente, questo articolo implica che fino adesso ognuno ha agito a proprio piacimento e non si sono perseguite le “migliori soluzioni possibili”.
Molto incoraggiante!

Nel prossimo post parleremo del Fondo Salvastati (ESM).
Il Fiscal Compact a confronto è acqua fresca!

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