Boicottiamo il Corriere della Sera

Cari Bloggers,

la libertà di informazione in Italia è da anni in coma profondo e non passa settimana dove non ci sia un evento, un atto, una proposta di legge, una minaccia, una querela, un trasferimento ad altra sede che pezzo per pezzo, cancella il nostro diritto di sapere.

L’ultimo episodio di questa vergognosa spirale al ribasso è l’esonero del giornalista Carlo Vulpio da parte del Corriere della Sera.

Carlo Vulpio è il giornalista che ha seguito le vicende giudiziarie riguardanti la procura di Catanzaro (meglio noto come “caso De Magistris”), raccontando con dovizia di nomi e particolari una delle innumerevoli storie del malaffare italiano, dove si mescolano e si confondono politica, criminalità organizzata, magistratura corrotta e massoneria.

Purtroppo l’affare è troppo grosso e i nomi dei personaggi coinvolti troppo importanti; piuttosto che fare chiarezza e pulizia, si caccia il magistrato che indaga (De Magistris) e si cerca in ogni modo di depistare le indagini.

Ma questo non basta ed è necessario tappare la bocca anche  a chi racconta il fattaccio.

Ai tempi antichi, la mafia uccideva e lasciava delle pietre nella bocca del cadavere di chi aveva parlato troppo.

Adesso basta la telefonata del direttore che ti esonera dall’incarico, nonostante dei risultati eccellenti, senza giustificazione e senza motivo.

E quando un direttore ti licenzia senza motivo, un motivo c’è.

Pertanto vi invito a leggere e linkare il sito di Carlo Vulpio e boicottare il Corriere della Sera fino a quando il direttore Carlo Mieli non ritorni sui suoi passi.

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Una risposta a “Boicottiamo il Corriere della Sera

  1. Bavaglio

    È molto più facile legare le mani ad un giornalista della carta stampata: una firma scompare più discretamente di un volto televisivo. È quello che è successo a Carlo Vulpio, contattato dal suo direttore Paolo Mieli che lo ha invitato a lasciar perdere gli articoli sui panni sporchi della procura di Salerno e le indagini bloccate nella procura di Catanzaro.
    “Caso de Magistris, toghe indagate/ Illeciti per sfilargli le inchieste” – era il titolo dell’articolo di Vulpio del 3 dicembre che gli è costato l’allontanamento da questo filone d’inchiesta. Un articolo che sembrava più che altro un elenco del telefono, dove in sole 4000 battute si fanno ben 25 nomi, tra cui quelli di molti indagati eccellenti. Tanto per capirci, gente che ricopre o ha ricoperto incarichi di deputato, ministro, sottosegretaro, segretario nazionale di partito, presidente della Regione ,Generale della Finanza, procuratore della Repubblica, vicepresidente del Csm, procuratore generale della Corte di Cassazione o presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati.

    E qui si arriva ad un nodo cruciale dell’informazione: in che modo vanno date le notizie quando la merda schizza fino ai piani alti sui completi gessati degl alti papaveri?
    Un esempio da manuale è lo scandalo Watergate. Gli articoli di Bob Woodward e il suo collega Carl Bernstein sarebbero rimasti nei loro taccuini senza l’appoggio di Benjamin Crowninshield Bradlee, che nel suo ruolo di “executive editor” del Washington Post ha difeso il diritto di cronaca dei suoi giornalisti anche davanti agli attacchi del governo più potente del mondo.
    Per far cadere Nixon dal suo trono, il Post ha dovuto tenere la schiena dritta per più di due anni e per decine di articoli, continuando a fare nomi e a pubblicare articoli scomodi. Rileggendo oggi quell’episodio la domanda è automatica: che cosa avrebbe fatto Paolo Mieli al posto di Bradlee se avesse avuto tra le mani le carte del Watergate e le soffiate dell’informatore “gola profonda”?

    Chiedere alla disastrata stampa italiana di agire come un potere autonomo è probabilmente fatica sprecata. Per mantenere alta la bandiera del made in Italy ci consoliamo con il pensiero di aver inventato il “mielismo”, un genere giornalistico nato sulle pagine del “Corriere” all’inizio degli anni ’90, quando l’inossidabile Mieli provava a battere la concorrenza della televisione mescolando cronaca e gossip, generi alti e generi popolari, approfondimenti e pettegolezzi, inchieste e servizi glamour, informazione e intrattenimento. In poche parole: articoli seri e cazzate vendibili. E alla faccia di Bradlee e del Washington Post, quell’invenzione gli ha fruttato parecchio.
    [garlo gubitosa]

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